La salita degli inglesi al Monte Disgrazia, Picco Glorioso
Agosto 1862. A Chiesa in Valmalenco tornano in un tardo pomeriggio i carretti che in mattinata hanno portato a Sondrio i carichi di ardesie. Chiesa era allora formata da un piccolo gruppo di casette nere; altri tre o quattro gruppetti di case sorgevano a distanza sulla vasta prateria. Insieme con i carretti arriva in quel giorno una carrozzella dell’Albergo della Posta di Sondrio e ne scendono viaggiatori inconsueti: due signori con lunga giacca e calzoni a tubo; hanno in testa un grande cappello con un velo arrotolato; un terzo, vestito più modestamente, si affanna a scaricare strani bagagli; il quarto somiglia di più nel vestito e nella struttura ai Malenchi che stanno a guardare a rispettosa distanza. I viaggiatori sono E. S. Kennedy e Leslie Stephen, alpinisti inglesi, con il servo Tomaso Cox e la guida Svizzera Melchiorre Anderegg. Dietro la canonica c’è una miserabile locanda, quella che ingrandita a sei o sette camere diventerà poi l’Albergo Olivo e là si sistemano per la notte. Non è difficile ricostruire con l’immaginazione questo primo incontro tra i forestieri e gli indigeni: intendersi non è poi impossibile, con molti gesti e poche parole. Così si viene a sapere che gli inglesi vogliono risalire il giorno dopo la valle del Mallero fino a Chiareggio e poi tentare la salita del Monte Disgrazia. A Chiareggio, tra le poche baite, è ancora in efficienza la trattoria che serviva da tappa alle carovane mercantili che passavano il Muretto prima dell’apertura delle grandi strade carrozzabili e ancora alcuni passavano anche allora. La mattina del 20 agosto salgono nelle ore antelucane per la valle del Sissone e, arrivati alle morene, si trovano davanti improvvisamente la curva mole del ghiacciaio. Incombono a sinistra le seraccate di un’ampia vedretta; sopra questa una parete proterva alta mille metri, con tanti salti e scivoli di ghiaccio da parete, allora, la più evidente rappresentazione dell’impossibile. Sperano nella lunga cresta che sale da Occidente e la raggiungono a sud del passo di Mello; poi incominciano a risalirla, finché Anderegg e Stephen arrivano ad una cima che non è neppure un’anticima del Disgrazia, tanto questo appare alto ad Oriente. Si sa che le anticime sono state create dai geni malefici della montagna per mettere alla prova il carattere e la pazienza degli alpinisti e per abituarli a sopportare le delusioni senza arrabbiarsi. Stephen e Andrew non si arrabbiarono, anche perché questo sarebbe stato in netto disaccordo con la flemma inglese e la forza di sopportazione dei montanari; diedero un’occhiata da intenditori alla lunga cresta che, alternando grigie rocce a taglienti lame di ghiaccio, portava verso la cima, la giudicarono non impossibile ed essendo ormai tardi tornarono indietro. Ma prima di scendere, come impegno a continuare l’assalto, chiamarono la cima raggiunta Punta Speranza. Tornati a Chiareggio, si rimisero in forze con alcuni giorni di riposo e il 24 agosto ripartirono per l’attacco finale. [Si recarono con la carrozza a Sasso Bisolo, e la salita fu effettuata dalla valle di Preda Rossa, seguendo la cresta di Pioda, che costituisce ancora oggi la via normale alla vetta]. Sulla via già nota guadagnarono presto in altezza; furono sulla Punta Speranza e poi arrampicando e scalando come facessero tanti gradini (con quelle picozze dal manico lunghissimo e dal becco a uncino, rimasto un mistero della tecnica in quel tempo) arrivano finalmente sulla vetta estrema. La definirono un Picco Glorioso e scrissero che tutti gli alpinisti che si trovassero sulle Retiche avrebbero dovuto salirlo.