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Le vette che hanno cambiato la storia

Il Bernina

Per millenni il Bernina ha preferito rimanere nascosto, quasi a voler conservare intatta la sua magnificenza. Ma a metà dell’Ottocento gli uomini iniziarono a calpestare le sue nevi e le sue nude rocce e da allora si inchinano alla sua bellezza.

Per millenni il Bernina ha preferito rimanere nascosto, quasi a voler conservare intatta la sua magnificenza. Ma a metà dell’Ottocento gli uomini iniziarono a calpestare le sue nevi e le sue nude rocce e da allora si inchinano alla sua bellezza.

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  • Nella seconda metà dell’800 il topografo grigione Johann Coaz effettuò 21 prime ascensioni nelle Alpi, fra cui quella del Pizzo Bernina. Era il 13 settembre 1850, quando ne misurò l’altitudine di 4050 m, il punto più elevato delle Alpi Retiche. La Punta Perrucchetti, alta 4021 m, seconda vetta del Gruppo, è invece la cima più alta della Lombardia, più conosciuta come la “vetta italiana” del Bernina. In quel periodo la vicina Engadina muoveva i primi passi per favorire il turismo, mentre, per vedere gli alpinisti anche sul versante italiano si sarebbe dovuto aspettare alcuni anni. Oltralpe la cura del territorio e la costruzione di strutture ricettive diedero origine a una mentalità turistica. In territorio italiano, anche per le indiscutibili difficoltà dovute a un'orografia decisamente più selvaggia, non accadde lo stesso. Nonostante questo, verso la fine di quel secolo, il geografo Damiano Marinelli esplorò il versante sud del Bernina, fino ad allora sconosciuto. Dalle sue idee derivò una serie di azioni, prima su tutte la costruzione nel 1880 del Rifugio Scérscen atto al solo supporto degli alpinisti, che poi prenderà il suo nome. Ma la salita direttamente al Bernina era ancora troppo faticosa, perciò nel 1913 si costruì la Capanna Marco e Rosa. Fino al 1950, la via per raggiungere il pizzo Bernina partiva con sentiero dalla contrada Tornadri di Lanzada, si inerpicava fino ai Dossi di Franscia e al Dosso dei Vetti, si portava all’alpe Musella (Rifugi Musella e Mitta), saliva alla Bocchetta delle Forbici e proseguiva per i rifugi Marinelli e Marco e Rosa, dalla quale si raggiungeva, finalmente, la cima.

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    Il percorso parte da Tornadri e imbocca il sentiero per Dosso dei Vetti in prossimità di un crocifisso in legno sulla carrabile per Franscia. Dal Dosso dei Vetti sale a Campascio e Musella e prosegue fino al rifugio Carate. Da qui si prosegue fino al rifugio Marinelli. Dal rifugio si imbocca il sentiero che scende verso il vallone dello Scerscen, passando dal cimitero degli Alpini e tornando all'alpe Musella. 

    Il tracciato è pensato per essere percorso a piedi, è per la maggior parte su sentieri di alta montagna, ben tracciati, con alcuni tratti ripidi e sdrucciolevoli, per escursionisti esperti. Copre una lunghezza di circa 23 km per un dislivello approssimativo di 1800 m. Il cammino viene abitualmente diviso in più tappe in base alla propria preparazione fisica.

    Dal rifugio Marinelli fino alla vetta del Pizzo Bernina il percorso è classificato come EEA, è necessaria competenza alpinistica e l'accompagnamento di una guida alpina. 

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    Il Bernina se ne stava lì come un potente signore circondato dalle grosse personalità del suo regno, le altre eccelse vette e le punte innevate.
    Johann Coaz
    Expert talk
    Michele Comi

    La storia dell’alpinismo malenco è strettamente legata all’esplorazione generale delle vette dell’arco alpino. Sino alla prima metà dell’800 le cime più alte dei gruppi montuosi Disgrazia, Bernina e Scalino erano sostanzialmente considerati luoghi assai pericolosi e quindi da evitare. Tre secoli fa rischiare la vita per scalare una montagna sarebbe stata considerata pura follia. 

    L’idea che la natura selvaggia potesse avere un fascino non esisteva: alla cultura del tempo la natura appariva degna di interesse nella misura in cui esprimeva fecondità. Nel medioevo i picchi più alti si ritenevano tradizionalmente dimora del soprannaturale e dell’ostile, addirittura popolati da pericolosi draghi. Si credeva che a staccare le valanghe bastasse il fremito di uno starnuto o il battito d’ala di un uccello che volasse radente un pendio carico di neve. Va da sé che la frequentazione della montagna era unicamente regolata dalle necessità di sopravvivenza delle popolazioni locali, costituite perlopiù da pastori e contadini. 

    Sporadiche erano le incursioni al di sopra degli alpeggi più alti, dettate unicamente dal bisogno, da attività dal concreto risvolto pratico come la caccia, la raccolta di piante officinali o la ricerca di cristalli. Accanto ad esse andò a svilupparsi l’esigenza di raggiungere alcuni punti culminanti soprattutto da parte dei topografi che in tal modo potevano, armati dei loro pesanti teodoliti, traguardare le vette circostanti per determinarne la quota per realizzare le prime complete mappe topografiche della zona. 

    E’ il caso del Pizzo Scalino 3323m, inconfondibile piramide che domina la porzione orientale della nostra Valle, la cui vetta venne raggiunta per la prima volta da un gruppo di topografi lombardi, al servizio austriaco, nel lontano 1830. 

    Lo stesso Pizzo Bernina 4050m, maggior vetta delle Alpi Retiche e 4000 più orientale delle Alpi, fu conquistato nel settembre del 1850 dal topografo svizzero Johann Coaz e i suoi aiutanti, a coronamento di una lunga campagna di studi condotta sul massiccio. 

    L’alpinismo in Valmalenco, al pari del resto delle Alpi, nacque indotto dalla passione per la scienza ed ogni alpinista degno di questo nome, scalava non senza dimenticarsi di misurare sulla vetta la temperatura di ebollizione dell’acqua! Al contempo le montagne però iniziarono ad esercitare la loro straordinaria e spesso fatale attrazione sullo spirito umano, cominciando ad essere salite per il semplice piacere di farlo: verticalità, desolazione e pericolo mutarono in breve in elementi ricercati ed apprezzati! Da mere contingenze della geologia, da “monumenti del lento lavorio di immense forze della natura nel corso di innumerevoli millenni”, come scrisse Leslie Stephen (primo salitore del Disgrazia), si trasformano dunque in un istinto universale per l’altitudine, per la ricerca del “dilettevole orrore”, sino al confronto sportivo con la natura. 

    La salita degli inglesi Stephen, Kennedy con la Guida vallesana Anderegg e il domestico Cox al Monte Disgrazia il 24 agosto 1862 sancisce definitivamente la nascita dell’alpinismo così come lo conosciamo oggi e, di fatto, anche del turismo alpino nell’intera regione. I viaggiatori-esploratori inglesi furono tra i maggiori estimatori delle nostre montagne che, per varietà di ambienti, costituiscono un ineguagliato esempio di geodiversità, qualità che sottende ed integra la biodiversità all’interno degli ecosistemi. La conquista delle vette portò alla necessaria nascita dei primi rifugi: 1880 Capanna di Corna Rossa e Capanna Scerscen (attualmente Rifugio Marinelli Bombardieri e Rifugio Desio). 

    Nei decenni successivi fu un proliferare di salite per ogni versante ed ogni cresta. Le numerose scalate in successione rispecchiarono i rispettivi periodi storici ed evidenziano con chiarezza l’innovazione tecnicha e dei materiali alpinistici che si tradussero in linee di salita sempre più ardite ed impegnative. 

    Quel che rimane è un grande, grandissimo patrimonio, ove regna il tempo ed il silenzio, elementi che non si possono comprare ovunque e neppure contraffare!

    Per approfondire

    Bibliografia

    Agnelli Ugo, Alpeggi in Valmalenco. Lito Polaris, Sondrio, 2022.

    Corbellini G.,Canetta N., Alta Via della Valmalenco, Cda e Vivalda editori, Torino, 2004.

    Comunità Montana Valtellina di Sondrio, Censimento dei beni culturali della C.M. di Sondrio. Inedito, 2000.

    Liveri L., La Valmalenco. Bettini Sondrio s.d.

    Picceni S.M., Bergomi G., Masa A. [a cura di], Inventario dei toponimi Valtellinesi e Valchiavennaschi, territorio Comune di Lanzada, vol. 21. Edito da Società storica Valtellinese, Sondrio 1994.

    Unione dei Comuni, Guide Alpine Valmalenco, Valmalenco 100 Sentieri. AltroVerso 2007.

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