Agli inizi della colonizzazione del territorio di Torre di S. Maria, furono coltivate a prato le esposizioni migliori e le più vicine agli abitati, mentre si andavano assoggettando a pascolo ampie zone più interne e a quote più elevate, tra cui notevoli porzioni di bosco, ricorrendo all’antica pratica di bruciare i terreni (debbio), come comprova la ricorrenza del toponimo brüsàda. Successivamente il territorio fu lentamente convertito, ripulendo le superfici pascolative da sassi, arbusti ed erbe infestanti (ed ecco la nascita del toponimo braccia, ovvero lavorato con la fatica delle braccia) in spazi idonei per essere destinati a prato. Parallelamente, la colonizzazione del resto della Valmalenco consentiva di tramutare altre zone di bosco in pascolo. Nascevano così le distinzioni tra prati di fondovalle, regolarmente falciati, prati-pascoli di mezza montagna (maggenghi) e pascoli nelle terre alte (alpeggi), il tutto ottenuto nel corso dei secoli grazie al paziente e tenace rimodellamento dei ripidi versanti con il faticoso sistema dei terrazzamenti.